

domenica 7 gennaio 2007
di Michele Fioraso
Il TAR ferma il muro ma non l'inquinamento intorno agli stabilimenti Syndial. La sospensiva del Tribunale Amministrativo del Lazio ha sì bloccato - in attesa del pronunciamento nel merito - la barriera di cemento che la Regione e il Ministero dell'Ambiente avrebbero voluto far erigere intorno agli stabilimenti chimici di Porto Torres e Macchiareddu, ma ha lasciato scoperto il nodo principale: il rischio di contaminazione dei terreni adiacenti agli impianti ex Enichem e il pericolo per le acque sotterranee.
È un allarme che Gavino Sale, leader di Indipendentzia Repubrica de Sardigna, da anni in prima fila nella lotta contro l'inquinamento dei siti industriali, ripete da lungo tempo. «La situazione è molto più grave di quanto si possa immaginare», dice. «Pochi giorni fa abbiamo controllato un pozzo a 7 chilometri dalla Syndial di Porto Torres e abbiamo trovato idrocarburi. Questo fa pensare che il fattore inquinante sia ormai diffuso nei 1.500 ettari intorno allo stabilimento, sia nella falda acquifera sia in mare. Ad ogni pioggia la falda sarà inquinata ancora. E parliamo di sostanze altamente tossiche: fenolo, toluolo, benzene e i cocktail, che non si sa di che natura siano».
Il movimento indipendentista promette nuove rivelazioni sulla situazione, grazie alle soffiate di ex lavoratori dell'impianto chimico: «Da alcuni tecnici, che hanno lavorato là e ora sono in pensione, ho saputo che hanno sfruttato le caratteristiche carsiche della zona: le grotte sono state riempite di qualsiasi porcheria e poi ci hanno fatto le colate di cemento per tapparle».
Sale prospetta una situazione potenzialmente catastrofica: «In quella zona siamo accanto alla falda della Nurra, cioè oltre un miliardo di metri cubi d'acqua purissima», spiega l'esponente di IRS. «Per dare un'idea, il lago formato dalla diga "Eleonora" sul Tirso, a Busachi, raccoglie 900 milioni di metri cubi. Se l'inquinante finisce nella falda della Nurra è una catastrofe ambientale. Bisogna intervenire, bene e in fretta».
E l'intervento, per il leader di IRS, può consistere solo nella bonifica totale, cioè «l'asportazione radicale del fattore inquinante, come hanno fatto a Marghera», dove hanno speso 3.500 miliardi di lire. «La bonifica deve essere a carico di Syndial e a carico dello Stato italiano. L'azienda all'inizio voleva una compartecipazione Syndial-Regione, cosa che le è stata negata in base alla legge Ronchi, secondo la quale chi inquina, paga». Non possiamo accontentarci - avverte Gavino Sale - di «interventi di facciata, perché in quel caso il fattore inquinante rimane e avremo un bubbone in eterno sulle nostre spalle».
Esiste però il pericolo che, essendo Syndial un'azienda privata, «cerchino di spendere il minimo o decidano di chiudere tutto e andarsene». È per questo che «deve arrivare una marea di fondi pubblici, come hanno dato a Marghera. E devono lavorarci aziende del posto, non se ne può occupare la Syndial: che fa, inquina e poi incassa per disinquinare?».
L'ex assessore regionale dell'Ambiente Tonino Dessì, che proprio sulle barriere antinquinamento per l'industria chimica si è giocato il posto in Giunta, riconosce il pericolo della fuga di Syndial dai territori di Assemini e di Porto Torres. Ma è convinto che le opere bloccate dal TAR, paradossalmente, avrebbero aumentato il rischio di ritrovarsi con gli stabilimenti chiusi e i siti inquinati: «Erano due opere inutili, se non dannose», spiega. «A Porto Torres si voleva far costruire una diga parziale lunga 4 chilometri per 50 metri di profondità. A Macchiareddu avevano previsto di recintare l'intero stabilimento con una diga profonda circa 90 metri e lunga diversi chilometri. A parte il fatto che queste dighe non sono realizzabili, in ogni caso non supererebbero la Valutazione d'impatto ambientale».
Se poi Syndial decidesse di non rispettare la delibera della Regione e di chiudere gli impianti, «ci troveremmo il sito inquinato e senza i soldi dei privati, perché l'Unione Europea non transige sul principio del "chi inquina, paga", dice l'ex assessore. «Ci impataniamo in un contenzioso civile, fra vent'anni qualcuno deciderà che cosa si debba fare e nel frattempo avremo laguna e falda avvelenate».
Secondo Dessì, la soluzione auspicabile prevede il compimento di quello che è già in atto: «Syndial, anche per dimostrare che vuole restare dov'è, deve fare l'impianto di emungimento della falda superficiale che elimini l'inquinamento. Le opere sono in corso di realizzazione, autorizzate dalla Regione e dal Ministero dell'Ambiente». In seconda battuta, «bisogna cambiare i processi produttivi: se vogliamo mantenere quelle industrie, dobbiamo riconvertirle. Si deve investire su processi ecologicamente compatibili con le norme e i principi che la tutela ambientale esige: siamo nel 2006 e non nel 1800».
La sospensiva cautelare decisa dal Tar del Lazio sulle barriere antinquinamento non è per Dessì la vendetta su Renato Soru che l'ha costretto a dimettersi dall'incarico: «Io spero che questa vicenda consenta una rettifica delle posizioni della Giunta, perché ho a cuore l'interesse comune», dice. «Il presidente ha più attenzione per gli aspetti comunicativi: dò una manifestazione simbolica, metto un muro e non se ne parla più. Le questioni tecniche vanno affrontate invece con scienza e coscienza».
L'ex assessore regionale dell'Ambiente teme «uno scempio» che causerebbe ulteriori danni: «Quando si fanno opere di bonifica bisogna avere la sicurezza che siano efficaci e che non aggravino la situazione. Quando si pensa a dighe ermetiche lunghe diversi chilometri e profonde decine di metri, bisogna sapere che si spacca in maniera irreversibile un equilibrio idrogeologico che si è consolidato nei millenni», spiega. Nelle aree di Assemini e Porto Torres «la stratigrafia dice che abbiamo una falda superficiale a una profondità di dieci-venti metri, poi c'è uno strato che non conosciamo bene ma che impedisce che la falda profonda venga contaminata», prosegue Dessì. «Se io con una diga gravo su quello strato, che può essere argilloso o di altra natura geologica, se lo rompo o lo buco, metto in contatto la falda profonda con gli strati superficiali, che invece devono essere drenati e ripuliti urgentemente. Ho così creato un caffellatte micidiale».
Vincenzo Tiana, presidente regionale di Legambiente, propende per una soluzione ibrida: «Va fatta sia la cosiddetta barriera idraulica sia le operazioni per disinquinare e portare via tutti gli inquinanti», spiega. «Non è accettabile che si faccia solo la muraglia per contenere all'interno le sostanze inquinanti: bisogna invece perseguire l'obiettivo del risanamento». E il fatto che davanti al TAR la Syndial abbia vinto il primo round, non deve far dimenticare che «ci sono delle responsabilità precise a carico delle aziende». Anche Tiana però concorda con Tonino Dessì: «È urgente un ripensamento tecnico da parte della Regione. Con tutta questa discussione non si sta bonificando».
Conclusioni simili per Stefano Deliperi, portavoce della associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d'intervento giuridico: «Sarebbe bene se si ragionasse su soluzioni reali, lasciando da parte le polemiche personali. Di certo non si può ignorare la minaccia dell'inquinamento nelle due zone industriali. Sulla soluzione contestata dalla Syndial davanti al TAR è difficile esprimersi senza conoscere a fondo le carte, senza sapere quali prove siano state fatte, e soprattutto fin dove sia già arrivato l'inquinamento. Onestamente non so se costruire questa grande muraglia possa servire a qualcosa», dice Deliperi. «Non dimentichiamo altre soluzioni che in passato erano state considerate sicure, come i grandi vasconi che avrebbero dovuto contenere le sostanze inquinanti a Macchiareddu, e poi nel tempo si sono rivelate fallimentari».

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